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Ciò che via Riberi insegna

ENRICO BETTINI

 presidente dell´associazione culturale degli architetti di Torino “Cittàbella” – Repubblica, 15-1-2012

 Il collega Montanari, infaticabile critico ad ogni offesa paesaggistica nonché – come il sottoscritto – attento e sensibile al tema della qualità urbana, denuncia giustamente l´uso economicistico del suolo e dei diritti edificatori su di esso da parte dell´ente pubblico perché strangolato dai debiti. A correzione di tale pratica, Montanari sollecita l´adozione e la diffusione del metodo del confronto democratico attraverso il pubblico dibattito per tutti gli interventi in grado di influenzare l´identità dei luoghi se non addirittura di tutta la città. Giusto anche questo.
Il punto, ineludibile, è che per realizzare e rendere operante tale espressione di democrazia partecipata, occorre mettere il pubblico in condizione di giudicare. Per questo ogni Comune dovrebbe avere, tra le sue priorità, l´opera di capillare e obiettiva informazione di ogni progetto d´interesse collettivo ben sapendo che la città – tutta la città – è pubblica per antonomasia.
Montanari conclude poi proponendo la costituzione di un gruppo di specialisti/commissione composti da esperti di conclamata competenza cui affidare, in ultima analisi, la valutazione che è pur sempre di.. impatto ambientale. Potrebbe essere – suggerisce – la stessa Commissione locale del paesaggio da lui stesso presieduta (oppure quella “Commissione qualità” che in molti comuni, anche grandi, ha sostituito la Commissione Igienico Edilizia).
L´episodio di via Riberi conferma – purtroppo – che il nodo è, e resta, quello dell´attività giudicante. E´ pur sempre il giudizio di chi è chiamato a valutare, il passaggio decisivo. In ambiti caratterizzati da preesistenze storiche, nulla di più scontato, si direbbe, della competenza delle Sovrintendenze. E´ questo che dimostra il suddetto episodio? Non direi. Se chi, di mestiere, si occupa solo di monumenti e di architetture del passato torinese, prima dice una cosa e poi il suo contrario, c´è da preoccuparsi ma soprattutto da chiedersi come sia possibile. Del resto, è la stessa Sovrintendenza che negli anni passati non ha mosso un dito contro scempi come quello di utilizzare il Palazzo Vela come hangar per posteggiarvi sotto il nuovo palaghiaccio o che ha consentito di ricreare il “Bastion Verde” a Porta Palazzo come se nulla fosse; per non parlare della tentata mascheratura del “palazzaccio” in Piazza del Duomo o dei silenzi su Piazzale Valdo Fusi.
Ma, allora, le difficoltà di affidarci a giudizi possibilmente non arbitrari e solo soggettivi, aumentano. La spiegazione, credo, sta nella perdita di ogni saldo riferimento culturale e disciplinare che l´onda lunga de-regolatrice del Movimento Moderno dalla seconda metà del ‘900 continua a determinare. Tutto ciò ha inizio già con l´impostazione dei PRG della nostra epoca, come quello di Torino: tabula rasa di tutta la memoria storica della civiltà industriale, nessun vincolo nella zona storica centrale sei-ottocentesca (e quindi nemmeno attorno alla Mole, salvo apporlo ora, dopo 17 anni), piena e sfrenata libertà ad ogni invenzione urbanistico-architettonica in assoluta sudditanza ai soli interessi immobiliari pur in dispregio del tanto ricordato contesto, della sua storia, della sua cultura, della sua anima civile, urbana.
Che fare? Per prima cosa smettere di agire condizionati dal fattore della rendita e cioè dall´impellenza di fare cassa. In secondo luogo, dotarsi di strutture che facciano della qualità il criterio ispiratore e il fattore di verifica di ogni intervento. Terzo, aprirsi agli stati generali della cultura del paesaggio urbano ed extra-urbano che – in modo permanente e con il coinvolgimento di tutte le categorie e le scuole di formazione professionale interessate – producano l´humus, il substrato di capacità critica e di vigilanza dell´attività progettuale. Quarto, sguinzagliare le proprie strutture (es. Urban Center, rifondato) nei quartieri e nelle borgate per spiegare ogni proposta di cambiamento (non i progetti già confezionati), raccogliere gli input dalla base, confrontarsi con le indicazioni di tecnici adottati dai comitati locali, espressione della volontà di organizzarsi e di contare da parte dei cittadini.
Qualità e partecipazione fanno parte di un unico, inscindibile processo. Prima lo si inizia, meglio è perché è in esso l´unica garanzia contro l´iper-soggettivismo e il liberismo architettonici: non cambiando la nominazione alle commissioni esistenti o, peggio, aggiungendone altre.

NEL CASO DI VIA RIBERI È MANCATO IL DIALOGO

GUIDO MONTANARI * – “Repubblica” del 7-1-2012

CARI architetti di Negozio Blu Associati, il vostro progetto per via Riberi, sotto la Mole,è risultato il «capro espiatorio» delle recenti vicende urbanistiche di Torino. La città, che sta trasformando circa dieci milioni di metri quadrati di aree ex industriali, non ha aperto un vero confronto con le associazioni, con i cittadini, con l’ università e non ha promosso il dialogo tra i diversi tavoli della pianificazione e della tutela. Un centralismo decisionistico ha affermato un’ urbanistica improntata prevalentemente all’ esigenza di «fare cassa». Tanti cittadini hanno manifestato critiche e proposte senza trovare ascolto nell’ amministrazione. Come dite voi, è mancato «un dibattito più articolato sulla cultura della città». È necessario riaffermare che la trasformazione urbana è un processo delicato, da condurre nel rispetto della memoria storica e sociale dei luoghi, considerando «l’ architettura della città» un insieme di relazioni spaziali e di paesaggio, da interpretare al di là del singolo edificio. Il paesaggio, sintesi di cultura e di natura «come percepito dalle popolazioni»,è un bene comune, un diritto dei cittadini riconosciuto dalla Costituzione, elemento essenziale alla sopravvivenza stessa di una comunità, alla sua possibilità di riconoscersi nei documenti materiali della propria vita, anche al di là del loro puro valore economico. Torinoè una città con una tradizione di controllo pubblico del disegno urbano: si pensi alla persistenza della maglia viaria ortogonale e dell’ isolato a corte, alle prospettive barocche, alla qualità degli spazi pubblici (i portici, le piazze), alla percezione delle montagne, della collina, dei fiumi. Troppe edificazioni recenti tappano le visuali, hanno volumetrie esagerate, altezze fuori luogo, bassa qualità architettonica, assenza di innovazione tecnologica, carenza di servizi sociali e di spazi pubblici. Questoè il quadro: un diffuso disagio tra i cittadini e tra chi si occupa di città e di architettura intorno a quella che molti vedono come l’ occasione persa della trasformazione di Torino, certo mitigata dalla riqualificazione del centro storicoe dalla valorizzazione di musei e di monumenti. Per questo un intervento modesto e di buona qualità architettonica, come il vostro, è stato visto come un «mostro». Torino ha bisogno di ampliare il dibattitoe di coordinarei vari organismi di progetto, magari costituendo un gruppo di lavoro di alto livello culturale e indipendente in grado di contribuire, come avviene in molte città europee, alla promozione della qualità dell’ architettura e dell’ urbanistica. La Commissione del paesaggio di Torino si occupa soltanto della collina, dei lungo fiume e di alcuni viali alberati, ma ha adottato il metodo del dialogo con i progettisti, con i committenti e con gli Enti di tutela, riuscendo ad entrare in profondità nel merito dei progetti. Forse il «pasticciaccio» di via Riberi, potrà diventare stimolo a nuove pratiche di progetto, partecipate e di qualità.

* docente di Storia dell’ architettura contemporanea al Politecnico di Torino; presidente della Commissione Locale del Paesaggio di Torino)

Pensieri in margine

alla lettera dell’arch. Ambrosiani: “La commedia degli equivoci – La Repubblica (23.12.2011)

  “Feuilleton”, “commedia degli equivoci”, “balletto”: sono i termini usati per qualificare l’evoluzione del processo che poco alla volta ha esautorato dalla conduzione della regia i tecnici incaricati del progetto che avrebbe dovuto realizzarsi in via Riberi. Quali altri termini teatrali considererebbero essi come i più indicati a intitolare la loro precedente operazione: “opera lirica”? “ballo in maschera”? “teatrino ‘underground’”?

         L’arch. Ambrosini – col quale finora non abbiamo mai voluto entrare in polemica – pensa che tutti coloro che non sono d’accordo sul suo ex progetto sbaglino (ed è un suo diritto). Ma poi rivolge altre accuse: uso distorto di ‘fotomontaggi gialli fasulli’ (ma quelli diffusi dai progettisti hanno fornito una visione assai ‘edulcorata’  dell’impatto ambientale); impossibilità che un edificio di 27 metri  possa oscurarne un altro di 167 m (ma dimentica le leggi della prospettiva); obbedienza del Comitato agli interessi di una famiglia proprietaria (gli suggeriamo una libera inchiesta tra le persone di Torino che non siano collaboratori del suo Ufficio blu, anche per verificare – usando le sue parole – se il suo progetto sarebbe stato “ben vissuto da chi lo usa”, e se in esso “ci si sarebbe riconosciuti collettivamente”).

      Non fa paura a nessuno un articolato (e franco) dibattito aperto sulla cultura della città: quello che fa paura sono le decisioni occulte, le reticenze, i privilegi, le manovre private sui beni pubblici, la distorsione delle regole ai propri tornaconti.

      Smettiamola per favore di chiamare in causa la “Bottega d’Erasmo” come termine di paragone con la proposta presentata per via Riberi. La ‘Bottega d’Erasmo’ fu un intervento di ristrutturazione urbana a completamento di un’area resa libera da un pesante bombardamento, intervento attento alle preesistenze e rispettoso dei regolamenti, peraltro approdato all’esecuzione dopo un iter di approvazione comunale molto travagliato; gli architetti Gabetti e Isola non pretesero che il loro progetto venisse omaggiato come opera d’arte prima che esso fosse realizzato, e la loro fama mondiale venne loro assegnata da altri, a lavoro compiuto. L’edificio proposto in via Riberi (ultima versione) si presenta invece come una nuova tipologia dai caratteri dirompenti rispetto al tessuto d’ambito, in deroga a svariate norme del regolamento edilizio comunale, e come ulteriore elemento difforme su un tessuto già pesantemente manomesso da interventi tipologicamente difformi – e non solo dal punto di vista formale (si apra finalmente un dibattito sulla compatibilità tipologica dei nuovi interventi nei tessuti pregressi!).

         Più che di attenzione al “tema del rapporto nuovo/antico”, nel nuovo intervento si legge una pedissequa sottomissione a logiche speculative, inanellatesi tra la proprietà (del progetto) e l’offerta (del Comune). Oggetto della contestazione non è stata certo la qualità dell’architettura, quanto l’utilizzo di una tipologia abnorme, realizzata in deroga alle norme e ai regolamenti e non relazionata al tessuto, con la presunzione che le “manomissioni” presenti nel contesto autorizzino in qualche maniera qualsivoglia intervento insieme alle acriticità che ne sono a fondamento.

      L’opportunità di aprire un “articolato dibattito” poteva essere promossa in primis dalla Città di Torino ed essere ventilata poi dagli stessi progettisti all’atto dell’incarico, invece di aderire supinamente con il progetto alle occasioni speculative generatesi con l’offerta dell’ente pubblico. La richiesta, formulata ora, ha il sapore di una ricerca di una nuova credibilità (o verginità?) rispetto al tema specifico, nella prospettiva di probabili futuri interventi – ovviamente diversificati dall’attuale – nell’area.

 Mauro Barrera

La commedia degli equivoci del “pasticcio” sotto la Mole

GUSTAVO AMBROSINI * – Repubblica 23-12-2011

Metà feuilleton e metà commedia degli equivoci, il “pasticciaccio” di via Riberi è esito di un balletto di regole schizofrenico: nel 2009 si può demolire il basso fabbricato esistente e costruirne uno nuovo alto come quelli adiacenti (23 m); nel 2010, su indirizzo della Soprintendenza, si deve abbassare una parte a 7 metri, per consentire una visuale verso la Mole, e si può alzare l´altra sull´angolo fino a 25 m.; nel 2011 non si può fare più nulla.

Ciò che è del tutto mancato è stata la capacità di inserire la questione in un più articolato dibattito sulla cultura della città. Come modi del discorso, caratterizzati da uso distorto delle immagini (fotomontaggi gialli fasulli elaborati dal comitato) e da appellativi truci (speculazione, scempio, mostro) che, come il turpiloquio, non aiutano a comprendere.

Dimenticando che la Mole di Antonelli nasce all´interno di un tessuto urbano denso, e non come oggetto isolato al fondo di una visuale barocca, e che a Torino i punti dai quali è ben visibile sono molteplici. Veicolando il paradosso che un edificio alto come quelli circostanti possa “oscurare” la Mole Antonelliana, alta 167 metri!

Ma soprattutto come modo di porre il tema del rapporto nuovo/antico. Se mezzo secolo fa le costruzioni come la Bottega d´Erasmo (di proprietà della famiglia che ha promosso il comitato dei “salvatori della Mole”) sperimentavano un dialogo con i caratteri dell´architettura storica in forme contemporanee, ora la questione sembra ridotta ad una contrapposizione tra case vecchie-”patrimonio” e case nuove-”cemento”. Come se le gravi manomissioni del paesaggio avvenute dal dopoguerra in Italia ci dovessero portare a fermare il tempo presente in una teca in cui congelare qualsiasi tipo di trasformazione. Ignorando che lo spazio in cui viviamo, le città, i paesaggi, sono esito di un processo, economico e sociale, di continua riscrittura di segni e usi.

Si passa da un estremo all´altro: se fino a ieri non ci si era preoccupati di porre una qualsivoglia forma di tutela intorno alla Mole, ora si propone di “museificare” un modesto fabbricato degli anni ´70 del XIX secolo (dichiarato due anni prima dallo stesso ente privo di “interesse culturale”), per far rivivere il “tempo che fu”.

Crediamo si debba ricominciare a riflettere sull´identità dell´architettura urbana a partire non da pregiudizi, ma da quanto è stato fatto. Abbiamo l´ambizione di pensare che tra le risorse vi siano anche alcune esperienze realizzate dalla generazione dei “giovani/non più giovani” – non solo dunque le archistar: case, servizi, centri di ricerca, spazi per l´enogastronomia come Eataly (se ci è concessa un´autocitazione) ecc., che stanno ridisegnando una geografia di luoghi del nostro tempo, non mimetici, ben vissuti da chi li usa, nei quali ci si riconosce collettivamente. Architetture da cui si possa tentare di ri-tessere un´idea – più idee – di civitas. È un auspicio per riaprire un dibattito necessario.

(* Negozio Blu Architetti Associati – autori del progetto del palazzo vicino alla Mole)

 

Recuperiamo insieme il borgo ottocentesco intorno alla Mole

di Maurizio Lupo – La Stampa – 16-12-2011

La Soprintendente Luisa Papotti si dichiara «pronta a sedersi a un tavolo con il Comune per risolvere il caso di via Riberi». Qui l’amministrazione civica è decisa a ricostruire l’isolato. Ma la Soprintendenza si oppone a sopraelevazioni che oscurino la prospettiva della Mole. Tanto che ha bloccato un progetto che intendeva edificare un palazzo di sei o sette piani, per il quale la Soprintendenza in prima battuta aveva espresso un parere consultivo favorevole, poi ritirato. Il Comune si è sentito danneggiato da questo «cambiamento di opinione» e si è appellato al Tar.

Ora che cosa succederà?

«Il caso ‑ assicura Papotti ‑ può essere risolto nel contesto del risanamento del quartiere che lo accoglie. E’ un approccio che il Comune condivide con noi. Un accordo può essere trovato. Ho sentito l’altro ieri il sindaco Fassino a Roma. Mi ha fatto piacere quando ha riconosciuto che la collaborazione fra Comune e Soprintendenza è ottima ed efficace. Lo dimostreremo».

Come?

«Con un mutuo sforzo a ricostruire l’isolato per salvaguardare l’anima ottocentesca di un plesso urbanistico che vide nascere intorno alla Mole le prime industrie di Torino. Vi sono presenze che non vanno cancellate, ma valorizzate».

In concreto?

« La soluzione da cercare non dovrà oscurare in alcun modo la Mole e dovrà rispettare alcune regole, inserite in un vincolo di tutela dell’intero isolato che abbiamo già emanato».

Che cosa dice?

«Bada alle altezze degli edifici da costruire o da sopraelevare, ma anche ai loro volumi, ai materiali e alle modalità di trasformazione. Il tutto è stato calibrato per conservare intatto l’aspetto originario di un luogo urbanizzato fra il 1810 e il 1850. A seguito dell’abbattimento dei bastioni la città si espanse verso Vanchiglia. Le aree, gravate da oneri di demolizione, avevano prezzi bassi. Favorirono la comunità ebraica, in cerca di un terreno per la sinagoga, la futura Mole. Ma richiamarono anche diversi piccole imprese di qualità».

Lasciarono un segno?

«Certo. Proprio nell’area di via Riberi sorse la manifattura di Romolo Ropoli. Produceva travi in ferro reticolari usate per creare i padiglioni dei grandi Expò dell’epoca. Dirimpetto, all’angolo di via Gaudenzio Ferrari, c’era la vetreria di Giacomo Macario & Figlio, poi demolita per realizzare la casa progettata da Roberto Gabetti per la scomparsa Bottega di Erasmo. La configurazione ottocentesca aggiunse nel 1867 l’asilo della Confraternita dell’Annunziata. Fu l’ultima guerra a sfigurare l’area, dove sorsero poi edifici non coerenti fra loro. Del tempo che fu non rimane che lo stabile di via Riberi che si voleva abbattere. Non ci sembra il caso».

Pertanto?

«Crediamo opportuno ragionare con il Comune un discorso che valorizzi quanto rimane. Il caso di via Riberi deve essere un’occasione per. ripensare il ruolo dell’intero isolato».

Intanto come si risolverà il ricorso del Comune al Tar contro la Soprintendenza?

 «II problema non si risolve con scontri. Il ricorso si oppone a un atto con il quale la Soprintendenza ritira un parere espresso in un momento in cui via Riberi non era sotto tutela. E’ stato ritirato quando si è accertato che l’area merita tutela e che il nuovo edificio proposto in via Riberi l’avrebbe compromessa».

E accorgersene prima?

«Non era facile capire l’impatto sul luogo, valutando il solo edificio. Bisogna ragionare sull’intero quartiere, come il Comune ora riconosce. Non si deve offendere perché la Soprintendenza ha ritirato un parere per intervenire con maggior tutela. Fa parte delle sue competenze, diverse da quelle del Comune, che da parte sua ha operato in piena competenza e legittimità».

COMUNICATO STAMPA

15-12-2011

MA CHI È CHE PARLA A NOME DEL COMUNE?

Proseguendo la serie delle sue esternazioni, la dott. P. Virano – dirigente della divisione Urbanistica del Comune – ci rivela oggi attraverso “La Stampa” che ‘il Comune non si arrende’; che alcuni edifici intorno alla Mole sono in degrado o diroccati; che la Mole stessa è in forte degrado; che l’Amministrazione non è mai stata innamorata del progetto del palazzo di 7 piani; che vogliono ‘recuperare il rapporto’ con la Soprintendenza; che non si possono tollerare buchi neri in una zona tanto centrale e prestigiosa per la città. Ma soprattutto che il Comune sta per chiarire con una lettera aperta l’intero ‘caso via Riberi’.

Siamo lieti per questa manifestazione di interesse. E per l’importanza riconosciuta alla nostra azione. Ci restano però alcune perplessità.

-         Chi è il proprietario della Mole e di altri edifici lasciati degradare? Non è forse il Comune?

-         Se l’Amministrazione non è stata mai innamorata del progetto del palazzo di 7 piani, perché qualcuno al suo interno si è dato tanto da fare per sostenerlo?

-         Se si vuol recuperare il rapporto con la Soprintendenza, perché si continua la causa presso il TAR contro di essa, con fondamenti a dir poco risibili?

-         Se non si possono tollerare ‘buchi neri’, perché non si è mai fatto il concorso di idee previsto dal PRG del 1995, e si è solo pensato a favorire speculazioni edilizie?

-         Che vorrà mai dire ‘lettera aperta’? Visto che – a parte l’attenzione dimostrataci dal Sindaco – da parte dell’Assessorato all’Urbanistica c’è sempre stato un rifiuto a parlare della questione con noi, che l’avevamo suscitata, in questa lettera ci verrà ‘data la linea’ ufficiale, oppure si potrà provare a dialogare seriamente?

Ma, soprattutto, chi parlerà a nome del Comune? Un dirigente? Un Assessore? Il Sindaco stesso? Oppure si continuerà a fare comunicati attraverso i giornali?

COSTRUIRE INTORNO ALLA MOLE IL COMUNE NON SI ARRENDE

di Emanuela Minucci – La Stampa – 15/12/2011

I1 Comune non ha accantonato l’idea di ricostruire ‑ come si deve ‑ l’isolato di via Riberi. Il progetto «oscura Mole» tanto osteggiato dagli abitanti della zona, perché era «un gigante di sei o sette piani che avrebbe oscurato il simbolo di Torino» è stato abbandonato, come spiegato dal sindaco Fassino qualche settimana fa, ma non l’idea di risanare l’ambito. Insomma, alla luce del fatto che quell’importante isolato centrale va risanato, il Comune sta per chiarire con una lettera aperta sul tema l’intera questione «caso via Riberi». E come si suol dire, tiene il punto. «Non siamo mai stati innamorati di quel progetto ‑ ha spiegato ieri il direttore della divisione Urbanistica Paola Virano – ma ci siamo rivolti al Tar e andremo fino in fondo perché ne va dell’onorabilità del Comune che a causa del cambiamento di opinione della Soprintendenza, ha patito un danno».

Nel messaggio aperto del Comune si ribadisce l’interesse dell’amministrazione alla riqualificazione dell’area circostante l’immobile di via Riberi e la stessa Mole, che oggi risulta parecchio degradata sia a causa della presenza di edifici di scarsa qualità architettonica o peggio, ancora semi‑distrutti dalla guerra e non ricostruiti.

Sempre nella lettera l’assessorato all’Urbanistica ‑ che fra l’altro lunedì ha dato il via libera alla completa riqualificazione delle Ogr che verranno «adottate» dalla Fondazione Crt (mentre sfuma l’ipotesi del centro congressi nell’ex area Westinghouse) ‑ spiega che il progetto iniziale contestato duramente dai residenti è stato elaborato in un primo tempo nella più totale ed assoluta condivisione con la Soprintendenza. Ecco perché il Comune ha poi deciso di rivolgersi al Tar. Il successivo ripensamento, unilaterale e inaspettato della Soprintendenza, ha minato il principio di collaborazione istituzionale e certezza del diritto, fondamento della credibilità da parte di cittadini ed investitori, creando così un danno economico e di immagine che si intende rivendicare nelle apposite sedi giurisdizionali.

Quel che preme chiarire al Comune è che non c’è nessuna volontà di perseguire «quel preciso progetto iniziale, poi modificato e comunque mai accettato dai residenti», ma persiste la chiara volontà dell’amministrazione di rivalorizzare l’intero ambito. E poi che si vuole recuperare il rapporto con la Soprintendenza. Soprattutto alla luce del fatto che a pochi metri da via Riberi c’è il Museo del Cinema, e presto nascerà la cittadella dei media a partire dal museo del computer realizzato a cura del patron di Robe di Kappa Marco Boglione. Insomma, quella fetta di città sta cambiando, e non si possono tollerare buchi neri in una zona tanto centrale e prestigiosa per la città.

COMUNICATO STAMPA 16-11-2011

Con il comunicato del Comune secondo cui non si costruirà più il palazzo accanto alla Mole, si potrebbe dire che abbiamo raggiunto il nostro primo scopo. Forse però è ancora presto per ‘cantar vittoria’. Verrà abbandonata o proseguirà questa maniera di improvvisare varianti al Piano Regolatore? Che fine farà il ricorso al TAR contro la Soprintendenza?

Siamo evidentemente contenti che il costruttore e i progettisti si ritirino dal progetto del palazzo di via Riberi. Precisiamo ancora una volta che non li abbiamo mai considerati come la nostra controparte, dal momento che facevano semplicemente il proprio mestiere. Non veniva da loro l’errore e l’inopportunità nella scelta dell’area e delle modalità di urbanizzazione.

Dobbiamo dire grazie a molte persone, per questo risultato:

-         innanzitutto a chi ci ha sostenuto fin dal primo momento: circa 1.500 persone che – interpellate per strada o via Internet – hanno manifestato la loro incredulità per il progetto del palazzo e il consenso alla nostra azione;

-         a chi ha firmato la nostra petizione – 1.300 persone – che ci ha consentito di presentarci in Comune a spiegare e sostenere le nostre motivazioni;

-         ai consiglieri comunali di tutti gli schieramenti che abbiamo avvicinato o che abbiamo incontrato nelle audizioni, per la loro pazienza e disponibilità;

-         al sindaco Piero Fassino, di cui abbiamo avvertito l’attenzione al problema, pur nel pieno rispetto delle competenze dei suoi uffici;

-         alla Soprintendenza di Torino, che ha ascoltato i nostri rilievi;

-         ai funzionari del Ministero dei Beni culturali che sono stati sensibili alle nostre segnalazioni;

-         agli amici che hanno saputo consigliarci con efficacia e discrezione;

-         ai giornalisti che hanno riferito la vicenda con correttezza e professionalità;

-         agli avvocati che ci hanno consigliato e guidato;

-          e anche un po’ a noi, che con calma e la fiducia abbiamo sempre cercato di essere rigorosi e documentati nelle nostre argomentazioni,  mettendo in campo – oltre all’impegno personale - condivisione e competenze  urbanistiche ed ambientali  pregresse e nuove.

Riteniamo obiettivamente di aver fatto un regalo a Torino: verranno preservate alcune importanti visuali del monumento; si potrà attuare per l’area il ritorno al vecchio PRG con uno studio per la sua sistemazione; verranno probabilmente offerte  maggiori opportunità per i turisti; si potrà trarre qualche utilità per il Museo del Cinema.

Nel corso della nostra azione ci siamo imbattuti in meccanismi di funzionamento della cosa pubblica, dettati a nostro avviso più da necessità di cassa che da scelte urbanistiche previdenti e condivise; siamo rimasti perplessi di fronte a procedure non aggiornate dal punto di vista legislativo o non attuate in modo sostanzialmente trasparente: ma su questo non abbiamo voluto trarre giudizi, lasciando a chi di dovere tale compito.

Abbiamo riscoperto che è possibile avere fiducia nelle nostre istituzioni, che è possibile controllarle e verificarle, senza protezioni politiche, da cittadini adulti che sottopongono a controllo la propria Amministrazione. La nostra sarà stata una esperienza molto circoscritta, ma crediamo che si possa ricominciare ad avere fiducia dalle situazioni piccole.

Resta ora il ricorso al TAR da parte del Comune. Che fare? Se il Comune o chi per esso vuole ostinarsi a proseguire la causa, probabilmente continueremo a rimanere a fianco della Soprintendenza, che in questa occasione ha ben operato, tenendo in conto i nostri rilievi, quelli del Ministero e le proprie nuove valutazioni, che l’hanno portato a difendere efficacemente l’interesse pubblico. Ma di questo avremo ancora tempo di parlare.

VINCONO I CITTADINI. NIENTE PALAZZO ACCANTO ALLA MOLE

di LETIZIA TORTELLO – La Stampa – 16-11-2011

Alla fine il Comune è rimasto con il cerino in mano. L’edificio di via Riberi, ai piedi della Mole Antonelliana, non verrà più costruito. Retromarcia, dietrofront. I finanziatori del progetto ci hanno ripensato: «Non ci interessa più aggiudicarci l’immobile». L’avevano comprato all’asta dal Comune, nel 2008. Oggi non ritengono opportuno andare avanti in una situazione di «caos istituzionale e normativo».

Ha pesato come un macigno il cambio di rotta della Soprintendenza dell’8 luglio scorso, con cui si poneva un vincolo indiretto sulla zona intorno al simbolo della città, vietando di fatto l’edificazione di un palazzo «incompatibile con la tutela dell’isolato», aveva detto la responsabile, Luisa Papotti. Un parere in contraddizione con quanto espresso solo l’estate prima, quando gli uffici di Palazzo Chiablese avevano dato il via libera alla variante del piano regolatore e dunque alla costruzione. La decisione della Papotti scatenò un putiferio e a ottobre il Comune ricorse al Tar contro lo stesso Ministero per contestare il vincolo.

Ma intanto, la pazienza dei neoproprietari dell’immobile si andava esaurendo. Seccati dalle prevedibili lungaggini che accompagnano ogni querelle giudiziaria, hanno deciso di far saltare il banco e ieri hanno comunicato al sindaco la retromarcia. «Avremmo auspicato un superamento dei toni da campagna “del terrore” e il raggiungimento di una soluzione condivisa, attraverso la concertazione tra enti pubblici», dicono amareggiati i progettisti del controverso palazzo, il «Negozio Blu Architetti Associati». I professionisti non riescono a digerire l’atteggiamento della Sovrintendenza: «Cambiando idea dopo tre anni di lavoro congiunto ha paralizzato tutto».

A Palazzo Civico incassano il colpo, ma non intendono lasciar cadere la cosa: «I progettisti sono vittime, come noi, di decisioni sbagliate ‑ afferma l’assessore all’Urbanistica Ilda Curti. – Il tempo sanerà le ferite. Intanto, andiamo avanti col ricorso, la magistratura valuterà». A preoccupare l’assessore è il buco di 2,7 milioni di euro che sarebbero entrati nelle casse di Palazzo Civico ‑ anzi, sono già stati inseriti nel bilancio 2008 ‑ al momento della formalizzazione dell’acquisto. «Ecco perché chiederemo i danni a Soprintendenza, Ministero e Direzione regionale, come prevede la procedura: risarcimento patrimoniale, morale e d’immagine».

Con la rinuncia dei privati alla costruzione, il confronto davanti al Tribunale Amministrativo non mancherà di inasprirsi. Anche perché, a sentire la Soprintendenza, il vincolo era più che necessario: «Credo che non fosse giusto lasciare andare avanti un progetto così imponente in quella zona, non era compatibile con le caratteristiche storiche e ambientali del luogo», ribadisce Papotti. A scanso di equivoci, la Soprintendente lo scorso 25 ottobre, ha provveduto a dare l’avvio al procedimento di vincolo all’albo comunale.

Tra gli scontenti e gli arrabbiati, una bandierina di vittoria sventola da ieri in via Riberi. Sono i residenti e i cittadini del Comitato «Salviamo la Mole». Sia pur con toni sabaudi, cantano vittoria: «Ha trionfato la ragione. Era l’esito che ci aspettavamo. Non ce l’avevamo con i progettisti, che fanno il loro lavoro. Ma certo siamo contenti», dicono. II fiele è tutto per il Comune: «Tutti hanno capito che li non si può costruire un palazzo, tranne i nuovi assessori e i vecchi funzionari. Ringraziamo Fassino per l’impegno, ma Palazzo Civico ha perso l’occasione di fare una bella figura».

SALVARE O AFFONDARE LA MOLE ANTONELLIANA?

pubblicata da Viviana Ferrero Consigliera circoscrizione 1 per il Movimento 5 Stelle

Di oggi la notizia che i compratori dell’edificio di via Riberi, di fronte alla Mole Antonelliana sarebbero intenzionati a recedere dal contratto perchè la Sovrintendenza ha bloccato il progetto.

Ora alcune considerazioni vanno fatte perchè i cittadini vanno informati  e tutto il lavoro fatto dal comitato Salviamo la Mole va compreso.

Innanzitutto se vendere un vecchio edificio per riqualificare la zona prospicente la Mole è un atto dovuto, il progetto va pensato nell’intenzione di rendere migliore il godimento dell’edificio storico da parte di tutti i cittadini e dei turisti. La richiesta della Sovrintendenza di lasciare uno spazio, come fosse uno scorcio, da cui si poteva apprezzare lo svettare dell’edificio mi pare plausibile, non altrettanto sensato  riportare come ha fatto lo studio Negozio Blu architetti associati la cubatura in altezza.

L’intesa si deve trovare sulla base di uno spostamento di cubatura in esubero in altra zona, senza compromettere l’estetica di tutto l’isolato con un edificio a detta di molti “terrificante”, alto 7 piani, che non rispetta lo sky line complessivo e che piomba come un’astronave aliena in un’area storica.

Poichè basta poco per rendere brutto ciò che è bello, in questo caso  ci stiamo davvero impegnando.

Continuerà la battaglia tra il Comune che vuole ricavare i suoi 2,8 milioni di euro e la Sovrintendenza, ma il recesso degli aggiudicatari mi pare più pretestuosa che mai. Non sarà  che la società ha difficoltà a gestire economicamente la partita? O forse vogliono solo ottenere di fare molti piani e molto incasso?  Quello su cui vorrei insistere è che gli edifici storici sono bene comune e che la sottrazione della loro fruibilità, anche solo visiva è un impoverimento di tutti.

 Le costruzioni che nascono male non migliorano nel tempo e se Torino vuole diventare città europea deve imparare a difendere a spada tratta il suo patrimonio storico a valorizzarlo, non cedere sempre alla tentazione del denaro come rattoppo di un devastante debito cittadino.

Per concludere va ringraziato il comitato “Salviamo la Mole” perchè rappresenta, in un quadro di assoluto disimpegno civile, la volontà nuova dei cittadini di riprendere il governo della propria città, di essere partecipi all’edilizia dell’urbe di voler dire salvare qualcosa, quando qualcosa possiamo ancora salvarlo.

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